Elenco blog personale

domenica 7 agosto 2022


 

Amami

 

Innamorati di me,

del chiarore dei miei occhi

dei profondi miei silenzi,

quando tremo se mi tocchi.

Innamorati di me,

del sorriso mio sincero,

di una lacrima che sfugge

mentre il cielo si fa scuro.

Innamorati di me,

per l'amore che ti dono,

il legame che ci unisce,

si trasforma in dolce suono.

Innamorati di me,

ogni giorno è una conquista

che riaccende la passione,

è prezioso ciò che resta.

Innamorati di me,

lungo il viale del tramonto

se alla fine del sentiero,

a te dedico un nuovo canto.

Innamorati di me,

di una vita condivisa,

tra i respiri del passato,

una fiamma ancora accesa.



 

La domenica del villaggio

(Chiesa di Sant' Egidio)

 San Gillio torinese


È giorno, domenica mattina,

il silenzio canta nella strada,

il cielo sfuma vene d’azzurro

tra rosee nubi, tace la tortora.

La finestra si apre su una tela,

forse un dipinto d’autore,

tenui i colori celano l’essere

assopito vivere di una via.

Cerco emozioni, una melodia,

per liberare un pensiero nuovo,

poco importa, tra breve la vita

tornerà ancora a fremere lenta,

tra cigolii di biciclette, guaiti

e rumorosi tacchi di signore

avviate alla chiesa della piazza.

La messa, un pettegolezzo e poi,

i consueti pasticcini per la festa.

Rintocca  la campana, ha una nota

stonata ma, beata verità, spezza

bizzarra, la monotona abitudine

del villaggio, la sua uggiosa vitalità.

giovedì 21 luglio 2022

BUONGIORNO


Buongiorno

 

Sulle ali tese dei gabbiani

lieto si posa il mio saluto,

plana sui raggi del sole

emanando va calore e gioia

agli animi più cupi e mesti.

Sale entusiasta il buongiorno,

la spumosa cresta dell’onda,

sorniona ne riflette la luce

tra mille sguardi increduli,

agnostici ai credo, scettici

a un ribadito domani felice,

fatto di lievi, leggere parole

profumate dolci e gentili.

Armonioso canto gioviale,

sul soffio di un pensiero

caro, lontano e vicino al cuore.

Buondì, eterno gesto d'amore

      riaccende  sogni e fiducia

      come lo sbocciare del fiore.

É un motto, la fine di un verso,

l'inizio di un radioso sorriso,

un saluto globale mai perso,

cresce nella luce, poi sale

là, dove la tristezza fa male.

Buondì qui diventa speranza,

il sole splende nella stanza,

penetra le finestre chiuse.

É un attimo o una vita intera,

attende il nuovo miracolo,

a mutare l’aliena atmosfera.



  

mercoledì 20 luglio 2022

PROFESSIONISTI DEL NULLA

 

I professionisti del nulla

 

“Bisogna mettere l’asino dove vuole il padrone. ”Così esordiva spesso mia nonna.

Erano alti tempi, però. Abbiamo superato il primo ventennio del duemila e si sta consumando rapidamente.

Tanti valori si sono persi, il mondo cambia vorticosamente, non sempre nel modo migliore.

Parlando di lavoro, sono state stravolti i risultati raggiunti dalle contestazioni passate, atte a migliorare la vita dei lavoratori.

Oggi è difficile trovare una occupazione adeguata alle proprie caratteristiche, ma ancor di più trovare chi offra un lavoro in regola con le normative ufficiali.

 

Dopo aver deciso di interrompere gli studi universitari di Architettura, in seguito alla proposta di un impiego ben remunerato come progettista d’interni, sono entrato a far parte del mondo lavorativo. E così è iniziata a mia odissea.

Io, che amavo il disegno sin dalla tenera età, costruendo castelli con i miei sogni, scalavo le vette più ambiziose. Sarei dovuto essere più attento. Esagerare nei progetti è pericoloso, si rischiano brutte cadute e gigantesche delusioni.

Ho accettato quella proposta, infatti, più per la promessa dello stipendio, al di sopra delle aspettative, che per la mansione da svolgere, che non conoscevo.

Del resto, avrei dovuto affrontare anni di studio prima di affermarmi e diventare indipendente: obiettivi troppo lontani.

Detto questo, per maturare esperienza, mi hanno inserito per un breve tirocinio (ovviamente in nero). presso uno studio di design in centro a Torino.

Purtroppo, i proprietari, dichiarandosi in momentanea difficoltà, dopo appena due mesi, mi hanno sospeso il compenso pattuito, pregandomi di pazientare.

Pazienza che a ulteriori tre mesi di lavoro gratuito, si è esaurita e, visto il loro totale disinteresse a riguardo, ho risposto all’inserzione di un mobilificio e, di lì a breve sono stato assunto.

Potevo ritenermi fortunato, la paga era abbastanza regolare, a parte l’obbligo dei sopralluoghi per il rilevamento misure, da a svolgere a mie spese.

Avendo maturato una buona manualità nella progettazione a mano libera e sui programmi specifici, oltre a una maggiore sicurezza nell’approccio con il cliente, mi è giunta una nuova proposta, presso un centro cucine dal marchio importante.

Trascorso il primo anno di assunzione, a contratto verbale, sono stato confermato regolarmente, al minimo sindacale. Un passo a ogni modo gratificante: clientela distinta, ambiente gradevole e utile a crescere il livello della mia professionalità. Rilievi misure, unico e solito nodo da sciogliere.

Il terzo anno lavorativo, volendo evitare di investire un cane, al rientro da un sopralluogo,  ho perso il controllo dell’auto, subendo seri danni alla vettura. Per fortuna ne sono uscito incolume, anche se dolorante.

A seguito di ciò, sono susseguiti inutili diverbi e, infine, ho interrotto i rapporti proprio per il rifiuto del titolare di contribuire, almeno in parte, ai danni subiti.

«C’eri tu alla guida, io non ne ho colpa.» il suo commento. Fine della storia.

Da allora, l’occupazione si è trasformata in una sorta di lotteria. Proposte di contratti rinnovabili ogni sei mesi o licenziamenti obbligati per difficoltà economiche delle aziende. Ovviamente non parliamo di meritocrazia, che è stata abolita proprio come concetto, in particolare nel commercio. Comunque non mi sono mai fermato: ritengo di essere un professionista serio.

Pare che il settore sia un genere gestito da persone abili nell’aggirare le regole. Vari balzelli per non pagare il dovuto, ma in compenso molte pretese.

Questo è il premio per un lavoratore esperto che svolge con passione la sua professione, e crede di costruirsi un futuro, guadagnandosi un minimo di carriera.

Trascorrono gli anni, nella consueta routine m’imbatto nel classico colpo di fulmine e pochi mesi dopo mi sposo. La vita di coppia, però, non funziona: litigi e incomprensioni, la annientano.

Nel frattempo, nelle grandi marchi commerciali sono state abolite le domeniche e le festività, imponendo ai dipendenti turni estenuanti e veri sacrifici: impossibile vivere la famiglia, avere una vita propria.

Mia moglie sola, i turni non coincidono, lei a fine settimana è libera, io no, mai. Così, addio matrimonio.

Ormai si sono persi tutti i valori e mi sono pentito di non aver proseguito gli studi.

Sono momenti difficili, subentra una sorta di stress, però la professionalità acquisita è di buon livello. Mi gratifica lo stipendio, sudato, ma di tutto rispetto, grazie agli incentivi dati dalle provvigioni.

Invece, ecco l’ultimo schiaffo morale: ancora una volta un fallimento.

L’azienda è molto rinomata a livello nazionale, la liquidazione cospicua, come le provvigioni e gli straordinari accumulati. Conti che non quadrano, costringono in massa tutti i dipendenti a rivolgersi a un consulente sindacale.

“Meno male! Recupereremo il dovuto”  penso. Già, ma non ho fatto i conti con  i sindacati, che tendono piuttosto ad accomodare, anziché punire l’Azienda in difetto.

Morale, trascorsi più di tre anni, percepisco, suddivise in rate, meno di un terzo di quanto mi sarebbe spettato. Chi difende i lavoratori?

A quarantacinque anni suonati, mi guardo indietro: non mi manca nulla. Ho una bella casa, l’automobile, ma cos’ho costruito? Non ho una famiglia, né figli da crescere, amici con cui uscire, mi manca i tempo e non posso fare progetti.

Una professionalità maturata da anni di esperienza, ma che non serve più.

Nel frattempo il mondo del lavoro è cambiato è gestito da multinazionali, che investono solo nella crescita dei propri interessi. I dipendenti non sono altro che numeri, robot a disposizione di chi comanda. Un sevizio, il mio  che, tuttavia, non viene valutato per quello che dà, in realtà; forse è apprezzato da qualche cliente soddisfatto, mai una gratificazione dalla “proprietà”.

Gli stipendi non sono allineati a quelli della comunità europea, né ai costi della vita attuale: sono rimasti gli stessi di vent’anni fa.

Amo lavorare, quindi, quasi possedessi una sorta di percezione sensoriale, Capto un nuovo lavoro, e invio il mio curriculum.

L’ultima alternativa mi viene confermata, in seguito a un colloquio svolto a parecchi chilometri di distanza. Però, il risultato è positivo.

E perché no? Tutto sommato, sempre di elementi di arredo si tratta, anche se le misure e le prospettive fatte manualmente o sui programmi del computer, non sono determinanti.

L’ambiente sembra gioviale, vivace, c’è tanto da fare, mi piace proprio per questo.

I clienti si susseguono in modo impressionante, invitati da pubblicità e dalle offerte allettanti, non c’è nemmeno il tempo di andare in bagno, si può dire.

Bene, andrà a favore delle provvigioni che maturerò mensilmente nel corso degli anni.

Comincio a presagire l’atmosfera di un certo regime. L’intento della proprietà di annullare l’individualità dei dipendenti, facendoli diventare marionette, o meglio, robot che ripetono a memoria una lezione. Un professionista vero, come loro stessi pretendono, può sentirsi gratificato, se gli viene impedito di pensare? Se, durante la trattativa con il cliente ha l‘obbligo di ripetere frasi che ricordano versi leopardiani e lo rendono ridicolo? É assolutamente fuori luogo, come pensano di incrementare le vendite?

Il lavoro è lavoro: “Bisogna mettere l’asino dove vuole il padrone” . E già, ma era mia nonna a dirlo. Lo so, ma inizio a reagire nervosamente. Succede anche a molti miei colleghi. I turnover per le domeniche, vengono aboliti, come le festività.

Le chiusure dell’anno? Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto. Nemmeno il primo maggio si resta chiusi. E gli straordinari? Bella domanda, si fanno e si accantonano, non si possono dichiarare. Al massimo si recupera qualche ora.

L’azienda, nonostante le grandi dimensioni, non fornisce di badg i dipendenti.

In compenso di devono motivare i mancati acquisti, visto che corre l’obbligo di monitorare quanti contatti si fanno in giornata.

Minacciati da ipotetici personaggi misteriosi, sconosciuti finti clienti, assunti appositamente per controllare i dipendenti, verificare se ripetono a memoria le fasi legate alla vendita dei singoli modelli. Il punteggio sarà un fattore determinante: in gioco è il licenziamento.

La mia memoria è elefantesca, come la rapidità con cui concludo la vendita, sarebbe un vantaggio, ma questo non basta. L’Azienda  dovrebbe offrirmi la possibilità di fare un minimo di carriera, ma non è così. I responsabili non fanno che pretendere orari infami e se qualcuno si oppone, rinfacciano e minacciano: “Siete pagati puntualmente e anche troppo, non lamentatevi!”  

Il mio domani non ha progetti. La mattina mi alzo col timore che capiti un altro problema da risolvere che, come spada di Damocle, mi costringerà ad affrontare una nuova estenuante diatriba. O a piegare il capo, altrimenti: “Quella è la porta” .

Comprendo adesso che, dopo tanti anni di lavoro impiegati a imparare tecniche e aggiornamenti, siamo davvero i professionisti del nulla. Fantasmi, che si aggirano ignorati, utilizzati come macchine per fare gli interessi altrui e, intanto, la salute psicologica si frantuma.

Questa è l’emancipazione data dalla cosiddetta globalizzazione dei mercati?

Non si è investito in aziende italiane affinché restassero a far crescere il Paese. Stiamo diventando la Patria degli sfollati, dei senza lavoro.

Amo l’Italia, e mi piange il cuore vederla ridotta così; soprattutto, non vedo la volontà di farla rinascere come meriterebbe. Lasciarla allo sbando è un sacrilegio, mi sembra di capire che si investa solo dove c’è un tornaconto importante. Bisogna dare degli esempi e una luce di pace e speranza vera al domani dei ragazzi: i bambini che futuro avranno? Soprattutto, basta menzogne e buffonate, occorrono regole salde e qualcuno di affidabile che le faccia rispettare seriamente.


lunedì 8 febbraio 2021

Dentro l'inganno

 


Spengo le luci sul celato egoismo
reprimo e rinnego il mondo là fuori,
vagando tentoni, nel buio più tetro
chiedendo chi sono e neppure io so
Chi mai potrò avvincere, far fremere
dentro gelidi verbi, spogli d’impulsi
disincantati, non vibrano i sensi
orfani ignari delle mie ossessioni.
Cieche e afone le emozioni, compaiono
aride schegge di umana compassione.
Indosso una maschera di bellezza interiore,
ingannando m’innalzo dentro l’ipocrisia.
Rifulge il chiarore, rinasce l’ardore
compiaccio me stessa nei sospesi versi,
inabile a discernere la mia identità,
rifratta l’immagine, diversa si mostra.
Rispecchio me stessa reprimo il mio ego,
dilemma scoprire ch’io sia quella vera,
caparbia cancello le vane incertezze,
ostento falsa la mia verità, spoglia da indugi.


Luisa Cagnassi

mercoledì 3 febbraio 2021

Perduto negli abissi (Atlantide)

 


Io, prigioniero dei miei contorti pensieri, m’inabisso nel mare delle ossessioni per scoprire, come nei misteri di Atlantide, la mia leggenda,
Tra antiche colonne di pietra, traccio i miei limiti, ancorato a questo lembo di terra, arida lingua desertica, povera di parole, appoggiata sulle onde dell’Oceano e barcollante come la mia vita.
Cerco inesorabile un volto, quello di una donna, l’amore vero, rimugino nella calura tra alcol e disperazione, ubriaco della mia pazza arroganza, mi sento un semidio che nulla deve, tantomeno il pentimento delle mie azioni.
É faticoso respirare negli abissi, a volte mi sembra di morire, gli anni lasciano il segno, la vita è dura e io non ho certo fatto in modo di plasmarla e renderla più malleabile. Ora, non so cosa diavolo faccio qui, privo di una carezza sincera. Io, maledetto bugiardo e ingannatore, adesso ne avrei una necessità irrazionale.
Rinchiuso, detenuto nei fondali di questo mare immenso, mi sento un mito di cui diranno le nuove generazioni, affascinate dal suono della mia cetra, il cui eco si diffonderà forse un domani e sconto le mie pene arpeggiando note amare. Ancora non so pentirmi, non so chiedere perdono per ciò che sono stato. Tornado impietoso io, ho divelto le altrui radici, ma non ho mai versato neppure una lacrima per riscattarmi del male causato.
Diventerò storia, condannato dagli dei e dagli uomini, a vivere in eterno nell’incubo solitario di un amore perduto, questo è quanto resta della mia vita.
I fondali sono torbidi, le onde smuovono ombre che paiono ricordi ammuffiti, in questa metafora che mi tiene sommerso, intravedo impronte del passato e cammino seguendo una luce, simile a una stella, un miraggio nel deserto dei rimpianti.
Un lume, lo raggiungo camminando su bianchi sassi di antiche strade circolari che convergono. Vedo o immagino al centro, un sontuoso palazzo dove, sulla soglia, mi attende una donna, una figura familiare.
La mia condanna è questa: non riesco a riconoscerne il volto. Avrà un nome? Cerco nella mente, il vuoto è assoluto: sarà un miraggio o pura immaginazione o follia. La punizione stabilita dal Dio del mare, capace di guidare le maree e di sconvolgere le menti altrui.
Ho amato qualcuno di cui non ricordo il nome, ho vissuto in luoghi che non ricordo nemmeno e odo voci che pongono domande, ma non trovo le risposte.
Percepisco il tocco di qualcuno sulla spalla, forse è lei, la donna misteriosa, ma la figura è scomposta, i miei occhi cercano tra le mura inondate, un attimo di coerenza. I suoni sono confusi ora e la luce che, come un faro, poco prima guidava i miei percorsi, si è affievolita.
L’acqua è torbida, forse non è neppure acqua, ma l’incubo persiste, ora ho paura. Nulla ha un senso, la solitudine è un macigno che pesa, cerco una mano che mi rassicuri, ma sbaglio la presa. I miei movimenti sono scoordinati, un male oscuro che mi proietta nella ragione immagini sconnesse.
«Andate via, via!» Vorrei urlare, non mi riesce e divento tempesta che tutto travolge.
Credevo di essere un mito, in una città perduta negli abissi, invece non ne so pronunciare nemmeno il nome, è difficile da articolare. Quelli che mi osservano, però, che cosa ne sanno?
Improvviso un lampo, un’emozione come un boato mi esplode dentro. Apro gli occhi; ora è diverso ciò che mi circonda. Una voce grida il mio nome: «Francesco!» poi mi stringe una mano.
Metto a fuoco l’immagine, prima ancora ne percepisco il profumo, la mente ricorda, il risveglio è lento, la solitudine uccide senza fretta.
I miei occhi incontrano due occhi di cielo, i suoi. Quelli per cui ho perduto la ragione e mi scoppia il cuore di gioia.
«Dissetami!» le sussurro. Le scivola una lacrima mentre posa un bacio sulle mie labbra aride e la goccia le bagna, poi un’altra. La vita riprende, il cuore batte forte dentro me e in questa stanza grigia. Ora i monitor, come esseri alieni, iniziano a suonare, l’ansia mi assilla. Respiro forte e poi rinasco dentro un respiro profondo, riemergo dalla città perduta degli abissi marini.
Il tempo guarirà le ferite, so anche che chiederò perdono per il male causato, questa volta, sarà il primo passo per ritrovare il senso della mia storia senza fine, insieme a lei. 

martedì 5 maggio 2020

PRIGIONIA



Prigionia

Mi opprime l’obbligata prigionia
l’intima agonia spegne l’anima.
Reclusa, lontana dal vivere vero,
i segreti ruba, ideali trascina via,
le emozioni, le pulsioni ostacola.
Strozza l’aria in gola, il respiro,
mi lascia impietrita e impotente,
tra i palpiti impazziti del cuore
terrore incute, non vede futuro.
Cerco otre la siepe un orizzonte
dove spaziare, tuffare il pensiero
immagino solo cieli liberi e luce.
Tace il mondo, stretto nel mistero,
è un’ombra subdola e conduce
verso la fine del vitale sentiero.
L’enigma sciolgo nella speranza,
come artiglio m’aggrappo alla volontà,
non cedo, la forza è nella coscienza
matura ancora l’idea e domani sarà,
la rinascita nuova di un mondo intero.

martedì 21 aprile 2020




Pioggia amara


Piove sulle nostre anime perdute
sopra mille promesse mancate,
sulle nostre coscienze ormai mute.

Piove su questo mondo malato
sul silente animo ormai sbiadito
su questo attuale niente maturato.

Piove ampie, sofferte lacrime amare
 Immense, come marosi del mare,
onde alla deriva in cui affogare.

Caos generale mai risolto mistero,
il cielo persiste nello scuro pensiero,
infinite gocce offuscano il futuro.

Annaspiamo incoscienti nell’ego,
a sì sterile esistere non mi piego,
 falso arido mondo, avido mai pago.

Ritorniamo a essere uomini, a gioire
doniamo al risveglio un sorriso del cuore,
sfuma la cupa visione, ridesta la luce del sole.

venerdì 25 ottobre 2019



Amami


Innamorati di me,
del chiarore dei miei occhi
dei profondi miei silenzi,
quando tremo se mi tocchi.
Innamorati di me,
del sorriso mio sincero,
di una lacrima che sfugge
mentre il cielo si fa scuro.
Innamorati di me,
per l'amore che ti dono,
il legame che ci unisce,
si trasforma in dolce suono.
Innamorati di me,
ogni giorno è una conquista
che riaccende la passione,
è prezioso ciò che resta.
Innamorati di me,
lungo il viale del tramonto
se alla fine del sentiero,
a te dedico un nuovo canto.
Innamorati di me,
di una vita condivisa,
tra i respiri del passato,
di una fiamma ancora accesa.


domenica 24 giugno 2018


2/https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/413766/naufraghi-2/


  “Io e te, naufraghi alla deriva in questo mare d’indifferenza”sono i primi versi di “Naufraghi”, una poesia di questa neonata silloge da cui ho tratto il titolo del libro. Siamo tutti naufraghi alla deriva in questo vivere alla rinfusa, ciascuno alla ricerca della sponda su cui approdare
Una coscienza maggiore di ciò che percepisco ogni giorno, scoprendo un’identità più consolidata
Ho la sensazione che si stia perdendo la sensibilità nei confronti di ciò che dovrebbe dare un senso alla nostra esistenza. Non posso concepire un mondo privo di sensibilità, dove prevale l’indifferenza. Abbandoniamoci alle sensazioni e ritroviamo la curiosità d conoscere, l'arte, la musica, la creatività.
Torniamo a scrivere i nostri pensieri, per sentirci liberi di volare oltre i limiti dell'ipocrisia.

Dopo la pubblicazione di "Orizzonti di-versi" vi presento l nuovo nato: "Naufraghi", la mia seconda raccolta di poesie. Ogni verso, ogni parola sono attimi di quotidiane emozioni, di questo mondo ormai incomprensibile e distratto. Viviamo le sensazioni che la vita ci offre leggendo, imparando a nutrire l'anima con pensieri gentili. Mi auguro di regalarvi momenti di piacere.
Con questo libro partecipo a #ilmioesordio.



sabato 23 giugno 2018






Non sei tu

La vita è bizzarra, come un’ombra mascherata dai raggi del sole riflette le emozioni, restituendole alle nostre coscienze. È un mistero, però, il motivo per cui si attenuano gli ultimi bagliori.
Poco a poco vedo una  persona a me molto cara perdersi e non la riconosco più, gli sono estranea.
Il suo cervello smarrisce gli stimoli, le connessioni sono disorientate, i neuroni si deteriorano.
E mio fratello non mi riconosce, chissà, nella sua testa è come se gli volasse uno sciame d’api. Rumori che lo frastornano, a volte urla: forse ha paura.
Ciò che annienta è restare a guardare, impotenti, questa malattia tremenda, portargli via la ragione anzitempo, senza concedermi neppure l’illusione di un ultimo cosciente saluto.

Prima che il buio ti prenda, ma temo sia troppo tardi, vorrei dedicarti un pensiero. Per me è importante scriverti, dirti quanto sia stato grande il bene che ti ho voluto, ma non ho mai pensato fosse rilevante confidarlo a un fratello.
È difficile accettare lo spegnersi dei tuoi pensieri, della loro luce, che tu sappia confusamente riconoscermi. Mi si spezza il cuore osservarti così, gli occhi persi nel vuoto, mentre tenti di ripetere il mio nome.
Sei stato per me un esempio, il mio riferimento, e lo eri anche per le tue figlie, che hanno avuto il privilegio delle tue attenzioni. Poi, a un tratto ti sei smarrito sulla strada del ritorno. Nella tua mente è sceso il buio, ti ha trascinato altrove.
Un luminare, insieme a molti altri specialisti, ha sentenziato un nome: Alzeimer. E tu non sei più tu.
E vorrei parlarti della nostra infanzia, vissuta insieme saltuariamente. Dirti del mio entusiasmo quando ci siamo incontrati per la prima volta, bambini entrambi, confusi, emozionati.
Vorrei dirti quanto ho amato il tuo lato artistico, il portamento distinto, riservato e disponibile, generoso, sempre. Confidarti, come non ho mai fatto, quanto sei stato importante per me, unico anello in grado di collegare le nostre vite di famiglia allargata, fatta di radici ingarbugliate, sparse, che hanno ostacolato, in qualche modo, la frequenza dei nostri incontri. Non mi sono mai arresa a queste difficoltà.
La mia ammirazione si perdeva nelle rare ore trascorse insieme a giocare. Sei sempre stato grande e posato. Vorrei parlarti, farmi raccontare di te, di nostro padre, porti domande rimaste sospese per discrezione. Però, mi guardi accennando una smorfia simile a un sorriso e comprendo che i tuoi occhi vagano altrove.
«Ricordi il mio nome, Roberto?» chiedo, per stimolare ciò che ti è rimasto della memoria.
E con voce quasi impercettibile inizi a balbettare: «Ma, ma…No, non so…»
Percepisco un lieve imbarazzo o è solo una mia impressione, poi ti scivola la caramella dalle mani, hai difficoltà a trattenere le cose. Fumare ti è stato impedito, potrebbe essere pericoloso, non riesci a gestire la fiamma e ti sei bruciato più volte gli indumenti. La cosa ti innervosisce, motivo per cui continui a scartare caramelle, troppe: è un modo per far passare la giornata.
Per fortuna la tua casa ha un grande giardino dove passeggi inquieto, chiedendo ogni minuto: «Andiamo, andiamo fuori.» e il tuo tempo trascorre lento, in qualche modo e ti pesa.
Cosa è successo nella tua mente, non so spiegarlo. Troppo rapido è stato il declino, e non si arresta,  ti sei perso per strada d’improvviso, che sgomento!
Hanno telefonato a tua moglie, tu non ne sei stato capace, e ti sono venuti a prendere: non sapevi trovare la via del ritorno. Poi hai accostato l’auto per chiedere aiuto a qualcuno: per fortuna, poteva finire peggio.
Si erano già accorti a casa, tua figlia e tua moglie, che qualcosa era cambiato dentro di te, sei sempre stato taciturno e questo ha fuorviato le valutazioni. E poi, con quale scusa si sarebbe potuto affrontare un argomento tanto delicato? Un uomo poco più che sessantenne, sicuramente non lo avrebbe accettato.
Troppo presto è accaduto. L’intero mondo intorno a te è crollato. L’azienda, le tue passioni, dipingere per te è diventato complicato, non riesci a coordinare pennelli e colori.
I tuoi quadri mi hanno sempre entusiasmato e, quando mi hai regalato quello raffigurante la composizione floreale, mi sono sentita onorata di poterlo esporre sulle pareti della mia nuova casa.
Il cervello ha subito un black-out, hai perso le informazioni della memoria, si sono mischiate, confuse, non so spiegarmelo, ma è successo proprio a te e mi fa male vederti ancora distinto e prestante, vagare senza consapevolezza, come un bimbo impaurito.
Hai avuto tanto, lo hai ampiamente meritato, sul lavoro e in famiglia: tutto ti è stato sottratto precocemente.
Mamma non sopporterebbe di vederti così, lei stravedeva per te e da bambina io ne ero persino gelosa, ignorando che questo dipendesse dal fatto che non vivevi con noi e non se ne dava pace.
Chissà per quale ragione le raccontavi dei tuoi successi, poi finivi con questa frase:
«Mi rammarico solo di una lacuna: vorrei essere nato intelligente.» Non me lo sono mai spiegato. Un presentimento? Percepivi qualcosa per cui non hai trovato ma risposte?
Spero tu non sia in grado di intendere, me lo auguro profondamente, è umiliante farsi imboccare al ristorante, lasciar gestire le tue scelte, farsi guidare la mano, quando non riesci a portare il cibo alla bocca. Rimediare se ti butti addosso il gelato. Quello non deve mancare mai a fine pasto.
E, quando tua moglie interviene per aiutarti, hai come un gesto di stizza. Allora penso “non è vero che non si rende conto della situazione”. E’straziante per me, ma non c’è nulla che possa fare.
Vorrei accadesse un miracolo, anche se hai superato ormai la settantina, che venisse trovato un rimedio per fermare questo regredire della mente. Magari testando una terapia di nuova generazione con particolari esercizi al computer. In quel caso potremmo ancora raccontarci di noi, di quando si era sereni e giocavamo a tirare di boxe con i guantoni di pelle del nonno.
Invece no, il tempo di dedicarti questi pensieri e sei precipitato negli abissi della malattia, repentinamente e non me ne capacito.
Ora non puoi mangiare da solo e ingurgiti solo cose frullate e bevi l’acqua in gelatina. Non cammini più e indossi il pannolone. Perché? Un declino così improvviso non lo avevo previsto e, nella stanza della clinica dove sei ricoverato, risuonano solo i tuoi lamenti quando gli infermieri ti cambiano.
Mi resta la soddisfazione di portarti in giardino sulla sedia a rotelle, dove stai scomodo: sei troppo alto e posi i piedi a terra nel tentativo di alzarti e fuggire da questa prigione.
Una fitta al cuore appena pronunci le uniche parole che ti riescono chiare: “andiamo” e “casa”.
Il mio amore per te non è sufficiente a migliorare il tuo stato fisico e psicologico: respiro i tuoi peggioramenti giorno per giorno. Ora ti arrabbi, urli e non riesco a comprendere le parole nel tuo grido di disagio, ma appena accosto un bicchiere o un tovagliolo per dissetarti o ripulirti, socchiudi le labbra e la tua bocca diventa simile a quella di un neonato, che risolve ogni suo disturbo poppando.
Tu cerchi la caramella, il gelato o qualsiasi dolcezza sappia concederti un briciolo di piacere, per sopportare la prigionia. Il tuo volto, allora si trasforma, mostri l’espressione della sofferenza e del pianto, reciti addirittura un singhiozzo a supplicare un altro attimo di piacere.
Quanto durerà questa tua agonia? Ora stanno accertando il tuo stato di salute, e io so quanta altra rabbia e sofferenza sarai costretto a subire.
Vorrei trovare la soluzione migliore per te, averla subito a portata di mano, ma la strada della ricerca è lunga e tortuosa e noi non possiamo che offrirti tutto l’amore possibile, pur consapevoli che non sarà sufficiente a riportarti anche solo briciolo di serenità.
Qualche giorno fa hanno parlato in tivù di una nuova sperimentazione. Mi si è subito accesa la speranza di poter recuperare ancora un po’ di noi insieme ai nostri ricordi. Purtroppo, invece, i nostri contatti si sono spenti per sempre, insieme alla memoria delle nostre aliene radici.
Improvvisamente, ieri, te ne sei andato. Sei volato via da questo inferno, te lo leggevo negli occhi, martedì, quando ti ho visto per l‘ultima volta. Le tue grida strazianti non si spegnevano. Però percepivo ancora tanta forza nelle tue strette di mano. Mi scuotevi cercando di farmi capire cosa ti desse tanto dolore. Ormai formulavi solo «Ahia…ahia!» Anche se dentro il tuo grido io immaginavo volessi dirmi «Portami a casa». Ti sei consumato nella speranza venisse esaudita la tua richiesta, sei diventato pelle e ossa in pochi giorni. Non mi è stato possibile accontentarti e adesso non posso più rimediare.
La situazione è precipitata dopo le mie ultime carezze e il mo ultimo bacio e alle ansie di chi ti è rimasto accanto sino alla fine.
Riposati ora, Roberto, vola nei cieli sereni della pace, raggiungi mamma e papà e tutte le persone che in vita hai amato e ti hanno voluto bene. Io ti vorrò bene al di là del tempo e della vita, sempre.

La tua sorellona Marisa (come mi chiamavi tu e pochi altri in famiglia).



mercoledì 15 marzo 2017

OBLIO




Oblio

Come ali di farfalla
freme il pensiero
sulla scia del ricordo.
Si posa vibrando,
attinge nettare di vita,
residuo di un palpito
estirpato da un amore
ormai dissolto nel nulla.
Breve è il suo battito,
tuttavia non si arresta,
poi diraderà nel vento.



lunedì 13 marzo 2017

ADELE



E saranno notti vuote
entro un unico pensiero.
E saranno giorni bui,
muti di parole nuove
e  l’eco della tua voce
sarà aria che respiro,
un abbraccio di ricordi.
E saranno ore statiche
a donarmi la tua essenza.
Sarà domani un’altra vita,
che adesso non conosco
a rinnovarmi il sorriso,
mi aiuterai a comprendere.
E resterai per dirmi verità
che il tempo ha portato via
e il cuore tiene ancora strette
nei cieli infiniti dell’eternità.



martedì 28 febbraio 2017

MASCHERE



Maschere

Colori, barlumi e illusioni
dentro effimere distrazioni
schiudono sguardi celati
giocano sentimenti proibiti.

Fallaci cittadine allegorie
esprimono culture desuete
abitudini, forzature replicate
sognando puerili allegrie.

Originate atmosfere caotiche
tingono realtà malinconiche
cupe torneranno a dissolvere
verità sotto polveri di cenere.



             Luisa Cagnassi

giovedì 12 gennaio 2017

PRIMA NEVE





E cade lenta la neve...
fiocchi lievi impalpabili
discreti puntini candidi
simili a pensieri infantili
giocano, volteggiano,...

s'inseguono nell'aria
inseguiti da mille occhi
tornati fanciulli ora,
ritrovando gioie perdute
in un tempo lontano
guardano rivolti al'insù,
ridendo per un attimo
di quel senso di freddo,
quasi a prendersi gioco
delle nostre emozioni,
si posano sul naso,
un'illusione, poi la realtà...

martedì 3 gennaio 2017

La goccia in più




La goccia in più

Lenta scivola viscida e amara
sopra labbra ferite il disgusto.
Goccia, lacrima, spasimo.
Sangue tremulo l’occhio stilla,
pelle denuncia livida e muta,
dolente, oscura la ragione.

Spegne gli animi l’orrore
il mostro, percuote e tace.
Accusa adesso, esibisci
scende il seviziato corpo
ora, dalla sofferta croce.

Asciuga la lacrima
abbandonala al vento,
rivela la rinata dignità
nella giusta sentenza:
inspira, ora è tua la vita.


Luisa Cagnassi

giovedì 29 dicembre 2016

BLU



BLU


Penso e m’immergo in una nuvola blu
come la notte che si adagia sul mare,
blu intenso è il cielo e si perde laggiù
come amante si fonde, riflette il colore.

Intensi i miei battiti anelano quiete
mi giace nell’anima il blu dell’amore
se oltre l’amplesso riposa ormai mite,
nel miraggio risveglia intenso l’ardore.

L’alba cobalto già sbiadisce le onde
azzurro è il colore che offre alla vita
negli occhi si specchia, il tono diffonde
 descrive da sempre la mia indole innata.

Blu è la speranza in minuscole dosi
é instancabile forza a divenire guerrieri,
infiniti suoi giochi si diffondono intrisi,
gradazioni del tempo, i rinnovati colori.